Giugno 2050, il pianeta è sconvolto, non ci sono più alberi che producano ossigeno e catturino la pericolosa anidride carbonica. Nel corso del XX secolo furono istituiti vasti parchi pubblici, a difesa del patrimonio naturale, storico, archeologico, culturale, faunistico. Ma la sete di profitto, accompagnata da una fortissima narrazione mediatica, fece costruire sinergie tra istituzioni e società private. Fu l'inizio della fine. L'aria fresca estiva che notoriamente allietava le popolazioni dei Castelli Romani e chi raggiungeva questa storica zona a sud di Roma, finì per estinguersi. Così come le specie animali e vegetali. Soppressi da ruspe, bilici, tir e dalle azioni degli uffici che continuavano a dare i permessi per il disboscamento. Le aree boschive, rase al suolo, non più protette dalle chiome degli alberi, divennero dei veri e propri deserti. Le falde idriche, già sofferenti, aumentarno la velocità di svuotamento. L'acqua che cadeva con le piogge ormai era del tutto insufficiente a coprire il disavanzo idrico dovuto alle cementificazioni edilizie che saldarono fisicamente i Castelli Romani alla periferia della Capitale. Il tutto veniva giustificato con varianti ai piani regolatori comunali: "sviluppo", "investimenti", "lavoro", "soldi". I laghi di Albano e Nemi divennero in poco tempo delle pozze, grazie anche ai prelievi di ACEA che, nel frattempo, aveva già progettato l'aumento dello sfruttamento delle fonti dell'Aniene e del Velino. Molta gente iniziò a lottare e questo futuro apocalittico può essere ancora fermato